Poi a un certo punto della mia giovinezza,
di molti pomeriggi,
e anche dell'ultimo week-end
Varvara Petrovna è venuta a sapere
(talmente tante volte che ormai ci è abituata)
che la sua protetta,
la serva della gleba Darija Pavlovna, Dashenka
ha avuto una tresca
(Varvara non lo sa che ogni volta che immagino la scena
penso a una tresca, e non a una relazione)
con suo figlio,
Nikolaj Vsevolodovic (Stavrogin).
Quando ero ragazzina
diciamo alla terza, quarta lettura
pensavo che lui, a Darija, un minimo la amasse
insomma, s'incapricciasse d'altre
ma alla fine in fondo amasse solo lei.
Vedi che scema — ripensavo ieri —
come se di un'infermiera,
di una che ascolta i di lui problemi
(sì certo amante, ma perché a un certo punto
è pure ovvio,
condividi tutto l'intimità la confidenza)
ci si possa mai innamorare;
Ma la luce mi è arrivata a un certo punto
Varvara (che sono sicura, è del Leone)
vuole imporre a Darija il matrimonio riparatore
di facciata del figlio,
ma sopratutto a sé,
e qui veramente è splendida la frase
riassume un mondo, che guardacaso è il mio,
talmente bella che stavolta me la sono scritta:
"Senti, Darija: non c'è felicità più alta che sacrificar se stessi.
E nello stesso tempo mi farai un gran piacere,
e questa è la cosa principale".
[E comunque è I Demoni, di Fëdor Michajlovič Dostoevskij]
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26/05/08
REFLUSSO DOSTOEVSKIANO
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