Deve esistere, a conferma della mia insolvibile ignoranza a riguardo (e non solo) una teoria, uno studio, una ontologia che legittimi la sospensione del tempo (o degli eventi che lo compongono, perché la cronologia è scandita da attimi di presente, quindi microazioni: un battito di palpebre, una espirazione, un formicolio sul ginocchio).
Non potrei altrimenti giustificare (eh sì che di pazienza, di tolleranza, di temperanza me ne sono dimostrata e continuo a dimostrarmene tanta) che il mondo si muova e accada e poi all'improvviso si autosospenda dall'incarico, che spenga la luce e chiuda a chiave lo studio lasciandomi seduta in sala d'attesa con un Gente qualunque da leggere distrattamente.
Ecco, questo è qualcosa che trovo offensivo per la mia dignità di essere umano, che accetto ma non giustifico: essere lasciata lì, da sola, al buio- ad aspettare.
E se da una parte si impara a farci il callo (perché il callo non si fa subito, anche lì è richiesta una precisa metodologia), mi resta questa antipatia quasi dolorosa per quello che deve e sta per accadere e si ferma, per il tempo che intercorre fra la causa e l'effetto.
Per quelle interminabili notti bianchi passate ad aspettare qualcosa che accadrà.
Quando sarò troppo impegnata, ormai, a fare qualcos'altro.
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10/10/06
SOLTANTO UN DISCORSO SOSPESO
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